Il kefir e il kombucha, una superstizione di casa nostra

Il kefir e il kombucha, una superstizione di casa nostra

Agli inizi degli anni 50 del secolo scorso, iniziò a diffondersi una moda che ebbe il massimo di visibilità nel 1954. Si trattava della coltivazione di una alga, nota all’epoca come “fungo cinese”. Era quasi certamente l’ormai conosciuto kombucha di origini orientali. Fu la grande moda del 1954: una massa gelatinosa di colore biancastro che veniva nutrita per un certo numero di giorni con una “dieta” a base di thè nero indiano e zucchero, sino a quando – sempre a distanza di una settimana e alla stessa ora -non si divideva in tre “figlie”, piccole alghe che a loro volta erano pronte per essere consegnate a persone “che vogliano loro bene” per essere sottoposte ad un nuovo ciclo di nutrimento zuccherino. Ogni mattina i proprietari pescavano dal liquido dove la “cosa” era a mollo e ne bevevano uno o due bicchieri: un toccasana per tutte le malattie, garantivano i sostenitori.

Addirittura Carosone in una sua canzone ne cantò le doti miracolose:

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e la Domenica del Corriere arrivò a dedicargli una copertina illustrata da Walter Molino.

A cominciare dal 1955, comunque, l’interesse cominciò a scemare e il fungo scomparve gradatamente dalle case degli Italiani, facendo una sporadica ricomparsa verso il 1992, col nome di “alga dei desideri” o “alga egiziana”.
Anche noi di KEFIR ITALIA abbiamo raccolto testimonianze sulla catena del fungo cinese, o alga dei desideri.

Sofia racconta che sua zia coltivava con cura Filomena, siamo a Torre del Greco e correva l’anno 1992. Le avevano detto essere un’alga cinese che, a seconda di come veniva trattata poteva portare fortuna come sfortuna. Tutte le sere le dovevi preparare il tè e dovevi parlare con lei. Era buona abitudine, quando qualcuno entrava in casa, salutare anche l’alga che, nel caso della zia di Sofia, era coltivata in una bacinella coperta da un canovaccio sul pavimento della cucina e i bambini, tra i quali Sofia, aspettavano con ansia la nascita dei figli che venivano prontamente regalati alle persone che se ne potevano prendere cura. Alcune amiche però a cui l’alga era stata regalata, dichiarano che il suo arrivo aveva portato dei disastri in famiglia, soprattutto economici. Per questo quasi tutti poi la lasciarono morire. Il thè in cui veniva coltivata l’alga non si beveva.
Giancarlo, invece racconta, che attorno al 1992 in provincia di Piacenza, nella sua scuola iniziò a girare un’alga (Alga di San Giuseppe) accompagnata da istruzioni scritte a mano nelle quali era indicato come curarla e che dopo un tot di tempo dovevi rendere tre figli e regalarli, non si parlava di bere il the usato.
Giancarlo chiamò la sua alga Ermenegildo, che ebbe vita breve perché la madre, scoperto il vaso sotto il letto, schifata e impaurita se ne liberò.

Stefania, racconta che attorno al 1994/95, quando era alle elementari, la mamma teneva in casa una specie di alga, in un piatto fondo coperto da un altro piatto. Glielo aveva regalato una sua collega, la stessa che tempo dopo le avrebbe regalato i tibicos. Siamo nella provincia di Nuoro, e la madre di Stefania non ricorda molto di questa esperienza, lei invece ricorda bene che con l’alga ci parlava!

Ma la superstizione non coinvolse soltanto il kombucha, nel marzo 1993 cominciò ad assumere dimensioni rilevanti a Vicenza la diffusione del “Kefir d’acqua”, un tipo di coltura simile allo yogurt, di origine caucasica, passato di mano in mano accompagnato da una serie interessantissima di voci sulle sue virtu’ benefiche.
Veniva solitamente offerto da una amica (la trasmissione avviene principalmente per via femminile!!!) in un barattolo accompagnato dalla fotocopia di un testo che conteneva una serie di informazioni sulla provenienza del Kefir, su esperienze di uso terapeutico, i dosaggi ed infine la ricetta per coltivarlo in casa.
Il barattolo conteneva numerosi piccoli globuli trasparenti e gelatinosi di circa tre quattro millimetri di diametro, immersi in acqua (tibicos, ndr)

Il Kefir d’acqua, chiamato anche oralmente “Fungo del Kefir”, andava tenuto in un vaso da due litri pieno d’acqua, con del limone, dello zucchero ed un fico secco.
Dopo due giorni si filtrava il contenuto e si preparava una nuova “infusione”, rimettendo la gelatina (i grani, ndr) in acqua rinnovata con nuovi ingredienti. L’acqua filtrata aveva un gradevole sapore, leggermente frizzante, e andava bevuta in dosi diverse a secondo del tipo di cura desiderata. Il Kefir coltivato aumentava di quantità, e nel giro di circa una settimana arrivava a raddoppiare di volume.

Ed a questo punto cominciarono ad entrare in campo in modo consistente le “voci”.
“Il Kefir e’ un organismo vivente, ha un’anima e forse una coscienza, per questo motivo non si puo’ gettarne via l’eccedenza”
“ gettandolo nella fogna potrebbe alimentarsi in modo incontrollato con i liquami degli scarichi, fino ad intasare le condutture!”

Fu così che si alimentò questa ennesima catena di Sant’Antonio che comunque non ebbe diffusione e risonanza come quella del fungo cinese del 1954.